Guerra, elezioni e governo: una Cgil autonoma e coerente - di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

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Non ci possiamo assuefare: la priorità è fermare la guerra e la sua pericolosa escalation. L’unica vittoria possibile è la Pace, senza la quale non può esserci nessuna misura socialmente progressiva, nessun intervento economico in grado di affrontare la crisi di sistema in atto, la disgregazione dell’Europa politica e l’impoverimento di milioni di persone.

Torniamo a far sentire nelle piazze la voce del popolo della Pace! Non stiamo custodendo il pianeta e la Pace. L’Unione europea, gli Stati membri, l’Italia non devono spegnere la luce ma la guerra. Assumano un ruolo negoziale per la Pace non subalterno agli Usa e ai loro interessi. Se non si fermerà la guerra tra imperialismi in Ucraina, sarà il prodromo di una guerra mondiale in Europa che porterà popoli e nazioni nell’abisso, con disastrose conseguenze ambientali e sociali. Continuare a inviare armi, aumentare le sanzioni verso la Russia, oltre a non incidere sul regime autocratico putiniano, sono un azzardo, una follia nella follia della guerra. Si rispetti la Costituzione e si ripudi la guerra.

In Italia irrompe la drammaticità delle emergenze, sempre più intrecciate con la guerra e la crisi di un sistema capitalistico onnivoro, predatorio, di sfruttamento del pianeta e degli esseri viventi. Il neoliberismo è il cuore del problema. Per noi, “sinistra” non è una parola vuota: significa Pace, lavoro, cambiamento, radicalità e valori, scegliere chi rappresentare, dove e con chi stare e cosa fare. Occorre costruire rapporti di forza favorevoli, affermare un altro paradigma e una visione alternativa alla centralità del profitto, e affrontare lo scontro, sempre attuale, tra capitale e lavoro.

Affrontare la grave situazione con il razionamento di gas e di elettricità, il contenimento dei consumi, la riduzione di calore nelle case non significherà decrescita felice ma crescita della recessione, crisi del sistema produttivo e aumento delle diseguaglianze e delle povertà. La scelta tra scaldarsi o mangiare, pagare le bollette o l’affitto, curarsi o ammalarsi disegna uno scenario apocalittico, non accettabile in un paese industriale con grandi ricchezze. Sono scelte scellerate, improntate ancora a togliere ai poveri per dare ai ricchi. Occorre lottare contro questo scenario.

Se si vogliono risparmiare energia e cambiare stili di vita si riduca la settimana lavorativa, e si chiudano alla domenica gli energivori supermercati e centri commerciali.

Senza far pagare gli extraprofitti alle imprese che hanno speculato nelle crisi, senza recuperare entrate da chi evade ed elude le tasse e dalle grandi ricchezze, senza lo scostamento di bilancio con il recupero di ingenti risorse economiche per dare sostegno alle persone, alle famiglie, alle imprese e al sistema sociale, come avvenuto in Germania, non si avranno effetti sostanziali per nessuno. Senza la rinazionalizzazione e ripubblicizzazione delle aziende strategiche non si danno risposte credibili, partendo da quelle sull’energia per arrivare ai servizi pubblici locali.

La crisi colpirà in profondità il paese reale in modo diseguale e classista. La bomba sociale in Italia, come da tempo denuncia la Cgil, è innescata, e la deflagrazione, in un paese ricco quanto diseguale e ingiusto, investirà anche il prossimo governo e la classe politica usciti dalle ultime elezioni.

La Cgil non ha atteso la costituzione del nuovo governo. L’8 e il 9 ottobre è tornata a riempire le piazze e a colorarle di rosso e dei colori del’arcobaleno della Pace, con una significativa presenza di delegazioni internazionali. Uomini e donne non rassegnati, consapevoli della gravità della crisi e delle emergenze in atto, militanti di idealità, determinati nel continuare a mobilitarsi, a lottare a sostegno delle piattaforme rivendicative, dei progetti, delle idee di progresso che la nostra organizzazione ha nel tempo elaborato e condiviso. In piazza con la nostra autonomia di pensiero e di proposta per non dimenticare l’indisturbato assalto fascista alla nostra sede nazionale, per dare voce, istanza, rappresentanza al mondo del lavoro di ieri e di oggi, ai ceti popolari, ai pensionati, ai giovani e alle donne, ai cittadini con redditi bassi, a chi è costretto nella precarietà di vita e di lavoro.

In piazza per combattere le diseguaglianze, redistribuire ricchezza e lavoro, difendere i diritti costituzionali, le pensioni e la sanità e la scuola pubblica, per il rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, per investire sulla più grande conquista di civiltà degli anni ‘70: il Servizio sanitario nazionale. Contro la depredazione e privatizzazione dei beni comuni, la regionalizzazione dei servizi all’insegna del federalismo o di quell’autonomia differenziata che mina l’unità e gli interessi generali del paese.

La nostra mobilitazione è stata la prima, giusta risposta a questa nuova fase post-elettorale, per richiamare l’attenzione della politica e del futuro governo alla condizione reale di una parte del paese, alle nostre proposte e al nostro ruolo di rappresentanza sociale.

La Cgil, in quanto sindacato generale di rappresentanza di milioni di persone che pensano e votano liberamente, mantiene la sua autonomia, si appresta, come sempre, agli incontri con il nuovo governo, attenendosi al programma, al merito e alle scelte. Sarà su questo che daremo un giudizio, mantenendo la libertà di costruire azioni e mobilitazioni di contrasto. Nessun pregiudizio, certo, ma nessuna apertura di credito: manteniamo la giusta distanza verso la destra che conosciamo e che abbiamo misurato – e combattuto - nei governi Berlusconi.

Dalle forze di destra ci separa una distanza ideale, valoriale e programmatica. Ci sarà al governo una classe politica estranea ai principi della Costituzione, ultraliberista, favorevole a un sistema sociale privatizzato, nemica dello stato di diritto, dello stato sociale e del sistema pubblico. Una classe “illiberale”, crudele con gli immigrati, familista e oscurantista, che disconosce le diversità, la libertà delle donne, i diritti sociali e civili.

Sul piano macroeconomico, sulle alleanze internazionali e la guerra, sul lavoro e i salari, la transizione ecologica ci sarà continuità con l’agenda del banchiere Draghi.

Occorre restituire dignità a milioni di persone che stanno vivendo ai margini della società e si stanno impoverendo ogni giorno di più: non lo farà certamente la destra liberista al potere, come non lo hanno fatto nemmeno i governi di centrosinistra, e quelli “tecnici”, incluso lo stesso governo Draghi. Abbiamo il diritto di ricordarlo e il dovere di non dimenticarlo.

Il risultato del voto del 25 settembre era previsto. Un elettorato sempre più mobile ha sancito la vittoria elettorale della destra unita in coalizione e il balzo in avanti del partito post-fascista, insieme alla sconfitta, più che prevedibile, del centrosinistra. Una sconfitta grave per i partiti progressisti e di sinistra, favorita per scelta e incapacità di unirsi in una larga coalizione, come era d’obbligo con una legge elettorale incostituzionale costruita dal governo Renzi per premiare le alleanze elettorali, al fine di dare al paese presunte stabilità e governabilità. Questa destra non è maggioranza nel paese ma ha vinto la disputa elettorale.

Il tasso di partecipazione politica ed elettorale, sempre più basso dal dopoguerra ad oggi, si conferma correlato al grado di benessere, di istruzione e alla condizione economica e sociale. Un astensionismo più elevato al sud, più in periferia che in città. Sono soprattutto operai, lavoratori, ceti polari a non votare più. Tutto questo non conta nulla, non preoccupa e non interessa questa politica lontana dal vivere quotidiano, e questi partiti autoreferenziali più dediti al potere e alla propria sopravvivenza. C’è chi ha scelto di perdere e di perdersi, di regalare un vantaggio parlamentare a una destra che si trasformerà in una “dittatura della maggioranza”. Riducendo la concreta possibilità dell’opposizione politica di esercitare una funzione efficace in un Parlamento poco rappresentativo del paese reale e svuotato della sua funzione primaria per scelta accentratrice dei vari governi, ultimo quello del tecnocrate Draghi, uomo solo al comando

Gli stessi partiti hanno perso la loro storica funzione identitaria di rappresentanza e di vitalità democratica, divenendo sempre più apparati elettorali e gestori di potere distanti dai cittadini e dai loro problemi. È avvenuta una profonda rottura politica che apre una fase inedita quanto complicata.

La Cgil non è la sconfitta di queste elezioni. Ma il risultato non ci è indifferente e ci interroga in quanto sindacato confederale delle lavoratrici e dei lavoratori, di programma e di valori con riferimento alla nostra Costituzione antifascista. Un sindacato non apolitico, mai equidistante e con radici che affondano nella storia del movimento operaio internazionale e nella migliore tradizione dei partiti socialista e comunista. Siamo stati e siamo un presidio di democrazia e di libertà, di giustizia sociale e di eguaglianza, un argine alle pulsioni belliciste, reazionarie, xenofobe e razziste.

Continueremo ad esserlo, con una Cgil rinnovata e forte del suo insediamento nei luoghi di lavoro e nei territori, della sua rappresentanza sociale generale, autonoma, democratica e plurale, ricca di idealità e della generosa partecipazione delle sue e dei suoi militanti. C’è ancora bisogno di sindacato, c’è bisogno della Cgil.

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