
Alle 11 e 52 del primo novembre 2024, la tettoia della stazione di Novi Sad è crollata di schianto, con il drammatico bilancio di 14 morti e numerosi feriti gravi, due dei quali deceduti nei mesi successivi. La stazione era stata ricostruita grazie ai fondi della “Nuova Via della Seta”, il massiccio programma di investimenti cinesi per collegarsi meglio all’Europa. Serbia e Ungheria sono due paesi cardine di questo programma, e furono il presidente Vučić e quello ungherese Orban a fare il primo viaggio in treno a Novi Sad, nell’inaugurazione della stazione a marzo 2022.
La sera del crollo Vučić, in televisione, chiese la piena responsabilità politica e penale per i responsabili. Alle sue parole però non fecero seguito i fatti: non tutta la documentazione fu trasmessa alla magistratura e da subito si percepì che le indagini non sarebbero state facili. La gente capì che questa rischiava di rimanere un’altra indagine di facciata e la rabbia iniziava ad accumularsi. Pochi giorni dopo il crollo, a Novi Sad i cittadini si riunirono per protestare e l’edificio del municipio fu preso d’assalto. Nel frattempo, nelle strade laterali, la polizia arrestava membri dell’opposizione o studenti che non c’entravano nulla con l’assalto.
Un paio di settimane dopo, a Belgrado, gli studenti che osservavano 15 minuti di silenzio per le vittime del crollo furono assaliti da membri del partito progressista, al potere dal 2012. La mancata reazione delle autorità diede il via alle proteste studentesche. Le facoltà vennero occupate, gli studenti si organizzarono in ‘plenum’ e formularono richieste precise al governo per fare giustizia sul crollo della tettoia e processare i responsabili, ritirare le ingiuste accuse contro gli studenti per le proteste a Novi, arrestare e processare i responsabili degli attacchi agli studenti a Belgrado, e infine aumentare le risorse per l’istruzione.
Le proteste iniziarono ad attirare sempre più gente. Centomila persone a dicembre, 50mila a gennaio, fino ad arrivare allo sciopero generale del 24 gennaio che vide oltre 60mila persone e al blocco dell’incrocio di “Autokomanda” che paralizzò Belgrado il 27 gennaio.
Il governo non è sembrato capace di rispondere in modo adeguato alle proteste. Se da un lato denunciava fantomatiche “rivoluzioni colorate” ed espelleva dal paese attivisti di Ong, dall’altro il 27 gennaio invitò gli studenti ad un tavolo di dialogo. La sincerità di tale approccio però fu messa seriamente in dubbio da un gruppo di attivisti del partito di governo, che la notte stessa attaccò con mazze da baseball gli studenti che protestavano a Novi Sad.
L’episodio cancellò, se mai ve ne fossero state, ogni speranza di dialogo. Il giorno dopo il primo ministro Vučević si dimise e il governo cadde. Ma sia agli studenti che al pubblico apparve chiaro che questo drammatico sviluppo non avrebbe cambiato nulla. Il potere in Serbia è accentrato nelle mani del presidente Vučić che lo esercita ben oltre le prerogative costituzionali, che prevedono per il presidente un ruolo sostanzialmente di rappresentanza.
Da Belgrado le proteste si allargarono a tutto il paese. Gli studenti iniziarono a marciare di città in città per protestare assieme. Dopo Belgrado fu la volta di Novi Sad, Kragujevac e Nis. Durante queste marce, l’accoglienza per gli studenti è stata trionfale, il loro arrivo nelle città accolto con lacrime di gioia e commozione tra la folla in tripudio, che finalmente iniziava a scrollarsi la paura di vendette e repressioni da parte dei partiti al potere.
Il culmine della protesta, per ora, è stato il 15 marzo, con oltre 300mila persone confluite a Belgrado, probabilmente la più grande protesta della storia serba. Una giornata di festa, ma anche di tensione con incidenti a fine giornata, provocazioni da parte di sostenitori dei partiti di governo e il misterioso uso del cannone sonico che, seppur tra mille dinieghi, è in dotazione alle forze dell’ordine. Data la calca, avrebbe potuto avere conseguenze tragiche, che per fortuna sono state evitate.
Non è chiaro come finiranno le proteste: non sembrano perdere d’intensità e si rinvigoriscono man mano che il resto del paese segue gli studenti. Il partito al potere ha proposto rimpasti di governo o di indire elezioni straordinarie. Soluzioni respinte al mittente: i rimpasti sono visti come tentativi di rimescolare le carte senza cambiare la sostanza. Neppure le elezioni straordinarie potrebbero cambiare la situazione, data l’inesattezza delle liste elettorali e la mancanza di indipendenza dei media, tutti schierati con il governo. L’opposizione ha proposto un governo di transizione per le riforme necessarie e portare il paese alle urne. “Manco morto” è stata la risposta del presidente Vučić.
Gli studenti hanno invitato i cittadini a riunirsi in assemblee locali e prendere decisioni secondo i principi della democrazia diretta. Ma tutti temono l’inasprirsi del clima nel paese e il fatto che prima o poi il presidente, spaventato dal dissenso crescente, voglia passare alle maniere forti e iniziare la repressione.