Ognuno di noi in questi giorni si sta misurando con il percepito comune, nell’impegno di promuovere la partecipazione al voto referendario che si terrà domenica 8 e lunedì 9 giugno.

Ognuno di noi si è trovato nella situazione di dover rappresentare la complessità del momento, una complessità che non abbiamo mai conosciuto prima di oggi, a cui possiamo rispondere solo riaffermando i fondamentali: sovranità, stato di diritto e stato sociale, costruiti a seguito delle due grandi guerre mondiali.

Dal quadro internazionale, con il genocidio palestinese testimoniato da immagini e video scioccanti di stragi di civili inermi ormai allo stremo, a cui nessuno riesce ad opporre una posizione politica articolata. Alla situazione in Ucraina e la sua evoluzione a seguito della vittoria di Trump-Musk negli Usa, che arriva a far tremare le fondamenta dell’Europa e l’idea stessa su cui l’Europa è stata costruita, il Manifesto di Ventotene, il multilateralismo, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Rischia di spegnersi la stella polare che ci ha fatto conoscere il periodo di pace più lungo della storia, facendo ripiombare il nostro continente nei nazionalismi, e nell’indifferenza dei singoli stati ad affrontare individualmente le sferzate di una tempesta perfetta.

Gramsci ancora una volta con i suoi scritti ci pone una riflessione oggi assolutamente necessaria: “Se l’Europa esisterà la parola nazionalismo avrà carattere archeologico come oggi la parola municipalismo”. Oggi, nella narrazione generata dalle stanze del potere, è la parola democrazia che sta assumendo un carattere archeologico, il che vuol dire che, sempre come ci diceva Gramsci, bisogna rimboccarsi le maniche e bisogna rimettersi al lavoro, per ricostruire quei fondamentali a cui noi quotidianamente ci ispiriamo.

Trent’anni di neoliberismo hanno travolto la condizione di milioni di persone, che faticano a garantirsi una vita dignitosa come sancito nella nostra Costituzione repubblicana. Trent’anni di politiche che hanno messo sotto costante attacco la Carta nel tentativo di deformarla e svuotarla, da parte di governi prima di centrodestra e oggi di destra nazionalista.

La caduta del modello socialista in Europa ha generato un vuoto ideale, con il passaggio delle forze progressiste su posizioni liberali e il rafforzamento delle posizioni della destra liberale. È stato favorito il libero mercato. A colpi di crisi economiche il capitalismo si è riorganizzato, mettendo in discussione e destrutturando quel modello di paese progressista che garantiva la sicurezza sociale attraverso lo stato sociale, esponendo le persone alla mercificazione della loro condizione, precarizzandone il futuro e rendendo inesigibile il diritto fondamentale alla base delle società risorte dalle ceneri della seconda guerra mondiale, il lavoro.

Un lavoro che oggi sfrutta e che rende schiavi, in particolare i migranti e le persone che vivono in povertà, che sfrutta e che ancora troppo spesso fa ammalare, ferisce e uccide. Paura e incertezza sono le parole che dominano le nostre società, dapprima nei luoghi di lavoro, oggi pervasive in una società che si racchiude su di sé, promuovendo individualismo, conformismo e razzismo.

Il nostro dovere è ricostruire una condizione di felicità, cioè quella condizione in cui non esistono l’incertezza e la paura del futuro, è rimettere al centro quell’idea di libertà che è stata fulcro dell’agire di Giuseppe Di Vittorio, cioè la facoltà che ogni individuo ha di autodeterminarsi. Lo dobbiamo fare attraverso i mezzi democratici che la Costituzione ci mette a disposizione: in questo senso ha valore il nostro slogan “Il voto è la nostra rivolta”.

Una rivolta che parte dal grande impegno delle Camere del Lavoro e delle categorie, dai territori, protagonisti di un lavoro immane, che oggi ci permette di stare nel dibattito pubblico con i nostri argomenti, fornendo strumenti di lotta democratica che possono migliorare la condizione di milioni di uomini e di donne.

Ripartiamo dalla condizione del lavoro e dalla democrazia. Ripartiamo dalla condizione della rappresentanza e della democrazia, nella nostra organizzazione, per avere a disposizione uno strumento efficace di rappresentanza del mondo del lavoro, nei luoghi di lavoro e nella società come elemento di elaborazione comune, per produrre il necessario cambiamento e progresso della società.

Continuiamo quindi con convinzione nel nostro lavoro, tutte e tutti insieme rimbocchiamoci le maniche per riaffermare i fondamentali di una società che si fonda sulla Pace, la democrazia e lo stato di diritto. Iniziando dai 5 Sì dell’8 e del 9 giugno. Al lavoro, alla lotta, al voto!