
L’appello per la pace e la società democratica di Abdullah Ocalan.
Il 27 febbraio scorso è stata letta pubblicamente la lettera di Abdullah Ocalan intitolata “Appello per la pace e la società democratica”, in cui si annuncia la fine della lotta armata e si invita il partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) a “convocare il Congresso e prendere la decisione di deporre le armi e sciogliersi”.
Indubbiamente la dichiarazione di Abdullah Ocalan ha un significato e un’importanza storica. Quella dei curdi è una delle questioni irrisolte della fine della prima guerra mondiale. Alla popolazione curda è stata promessa la nascita di uno Stato, ma il mancato rispetto dell’impegno preso, unito alle profonde discriminazioni subite nel corso dei decenni, ha favorito la nascita di gruppi indipendentisti armati come il Pkk. Una guerra continua, inframmezzata da momenti di relativa calma e negoziati di pace falliti, che ha causato circa 40mila morti. Ora l’appello per l’abbandono della lotta armata arrivato dal leader Ocalan, che si trova in carcere dal 1999, potrebbe cambiare lo stato delle cose.
Il Comitato Direttivo del Pkk ha infatti accolto le sue richieste. Il Comitato Esecutivo del Pkk ha dichiarato, lo scorso primo marzo, il cessate il fuoco e l’avvio del percorso che porti al Congresso. In questo modo ha affermato di voler favorire la realizzazione dell’appello di Ocalan. Naturalmente ha aggiunto che, per ottenere che il Congresso decida di deporre le armi e di sciogliere il Pkk, il leader Ocalan deve avere le condizioni per vivere e lavorare liberamente. In altre parole, questo processo può essere guidato solo dal leader storico. L’invito di Ocalan dovrebbe aprire le porte ad un processo di pace tra il governo turco e la minoranza curda, che si aggira intorno al 25% della popolazione del Paese.
Sembra possibile che l’annuncio, se avrà un seguito concreto, porti ad una riduzione delle tensioni, soprattutto nelle regioni sudorientali che da decenni sono teatro di violenti scontri. A questo potrebbe seguire una maggiore integrazione dei curdi nella vita politica e sociale turca.
Il messaggio di Ocalan solleva anche nuovi interrogativi su tre aspetti fondamentali per una soluzione democratica e duratura del conflitto. In primo luogo, il ritorno alla vita civile e al disarmo necessitano di un quadro legale che possa tutelare i combattenti e facilitare una transizione pacifica e ordinata. In secondo luogo, la questione dell’identità, che include l’uso della lingua madre e i diritti culturali. Infine, il tema dell’amministrazione locale e delle strutture democratiche.
Gli effetti dell’appello di Ocalan si estendono alla Siria, dove gli alleati del Pkk, come le Forze Democratiche Siriane (Sdf) sono attori chiave nel nord del Paese. Sdf controlla vaste aree lungo il confine con la Turchia, e ha svolto un ruolo centrale nella guerra conto l’Isis. L’appello di Ocalan potrebbe ridisegnare alleanze ed equilibri, soprattutto alla luce della complessità del conflitto siriano e della sovrapposizione di interessi regionali e internazionali fra Turchia, Stati Uniti, Russia e Iran.
In questo contesto, dopo uno stato di fermo durato quattro giorni, il sindaco di Istambul, Ekrem Imamoglu, è stato formalmente arrestato nell’ambito di una inchiesta per corruzione. In questo momento nelle carceri turche sono rinchiusi i leader di tutti i maggiori partiti di opposizione: Selahattin Demirtas del partito filo curdo (Hdp), il presidente della Partito della Vittoria (Zafer Partisi), Umit Ozdag e ora Ekrem Imamoglu.
Erdogan modella le elezioni a suo vantaggio prima che queste si svolgano, in modo da preparare il terreno a lui più favorevole per garantirsi la vittoria. L’arresto di oppositori politici e attivisti della società civile rientra in questa strategia. Ciò che è stato fatto a Istanbul, nel momento in cui prova a prendere avvio la discussione sulla fine del conflitto e la speranza di una democratizzazione del Paese, inficia molto lo spirito del processo di pace.
Negli ultimi mesi Ankara ha considerevolmente aumentato la repressione nei confronti delle opposizioni e della società civile, senza che questo abbia suscitato particolari reazioni da parte dei suoi partner, Unione europea in primis. Funzionari dell’Ue, francesi e tedeschi hanno tutti criticato gli arresti che rischiano di pregiudicare l’avvicinamento di Ankara al continente europeo in materia di difesa e sicurezza, alla luce del mutato scenario internazionale.
La Turchia, con il secondo esercito più grande della Nato e un’industria bellica in forte espansione, è considerata un partner strategico da un’Ue che si affanna a rafforzare le sue difese. Ma milioni di cittadini in Turchia chiedono pace, uguaglianza e una società democratica.
Interessi economici e geopolitici non possono scavalcare i nostri principi di democrazia e antifascismo.