
Il governo ha deciso di fissare i referendum per l’8 e 9 giugno 2025, in concomitanza con il turno di ballottaggio delle elezioni amministrative. Questa decisione ha suscitato molte critiche da parte delle opposizioni, che accusano l’esecutivo di voler ostacolare il raggiungimento del quorum.
L’ “election day” in forma ridotta sicuramente tende a non favorire la partecipazione (soprattutto considerando che alle ultime europee metà degli aventi diritto ha rinunciato al voto), tuttavia indica un segnale di debolezza da parte del governo. Votare al primo turno delle amministrative, probabilmente avrebbe aumentato le possibilità per il quorum, e il conseguente segnale politico sarebbe stato negativo per la maggioranza.
Sui social, nei dibattiti, nelle assemblee, i contenuti dei cinque quesiti sono ormai stati spiegati. Attualmente esistono differenze nelle tutele offerte ai lavoratori assunti prima e dopo il 7 marzo 2015. Con la vittoria del Sì, queste disparità verrebbero eliminate, garantendo a tutti i lavoratori le stesse protezioni, indipendentemente dalla data di assunzione. Oggi, i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015, in caso di licenziamento disciplinare illegittimo, hanno diritto solo a un indennizzo economico. Con la vittoria del Sì sarebbe ripristinato il diritto al reintegro nel posto di lavoro, estendendo questa possibilità a tutti i lavoratori.
Lo spartiacque temporale del 7 marzo 2015 viene oggi applicato anche nei licenziamenti collettivi, dividendo così i lavoratori che paradossalmente subiscono lo stesso provvedimento.
Nelle aziende sotto i 15 dipendenti, dove non si applica l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, se vince il Sì nei casi di licenziamenti senza giusta causa il giudice può disporre una compensazione più adeguata, anche superiore al limite di sei mensilità. Se vince il Sì tornano le causali nei contratti a tempo determinato dai primi 12 mesi. Il 98% dei contratti a tempo determinato durano al massimo un anno. In questo modo vengono usati come un periodo di prova più lungo di quanto previsto dai contratti e dalle norme legislative.
Il quarto referendum interviene in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In Italia ogni anno si arriva fino a 500mila denunce di infortunio sul lavoro. Ogni anno ci sono più di 1.000 morti. Ogni giorno tre lavoratrici o lavoratori non tornano a casa. Se vince il Sì vengono modificate le norme attuali, che impediscono, in caso di infortunio negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Il massimo ribasso nei subappalti favorisce il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Votare Sì significa aumentare la sicurezza sul posto di lavoro!
Se vince il Sì nel quinto referendum abrogativo si dimezzano i tempi di residenza legale per la concessione della cittadinanza italiana, ripristinando un requisito introdotto nel 1865 e rimasto invariato fino al 1992.
È evidente che i temi proposti coinvolgono la vita reale, la quotidianità di lavoratrici e lavoratori. Soprattutto riguardano il futuro delle nuove generazioni e di chi ha scelto di vivere nel nostro paese pensando di migliorare la propria condizione di vita. Per questo è necessario informare, parlare, spiegare alle persone che incontriamo che un Sì può modificare la qualità della vita di tutti, anche dei nostri figli.
Come ha avuto modo di spiegare in più occasioni il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, in caso di vittoria il giorno dopo può materialmente cambiare la prospettiva futura.
Il referendum è il momento in cui i cittadini parlano alla politica, modificando nell’immediato le condizioni materiali delle lavoratrici e lavoratori. L’8 e il 9 giugno è il momento in cui la voce di ciascuno di noi può fare la differenza, un’opportunità per esercitare il nostro diritto più prezioso: scegliere. Scegliere il rispetto e la dignità.
Il referendum ci offre un’occasione unica per essere protagonisti. Il nostro voto non è un gesto isolato, ma parte di una voce collettiva che può cambiare le cose. Con la vittoria del Sì tracciamo una nuova direzione del nostro Paese. Immaginiamo un futuro migliore per i nostri figli.
Le condizioni di lavoro non hanno colore politico. Il 10 giugno lavoratrici, lavoratori, persone che già vivono e lavorano in Italia da molti anni avranno più tutele, avranno meno paura e saranno più liberi perché avranno più diritti. E’ una battaglia per un Paese migliore, moderno, nuovo, è una lotta di speranza, una lotta per il futuro, contro chi invece vuole ancora un paese vecchio, conservatore, arretrato. Facciamoci sentire.
“Quando l’ingiustizia diventa legge, resistere è un dovere” (Bertold Brecht).