
Pace e giustizia sociale vanno a braccetto, se non esiste la prima non può esserci la seconda. ‘Lavoro Società per una Cgil unita e plurale’ non ha mai messo via le bandiere arcobaleno, continua a portarle in piazza insieme a quella rossa del sindacato di Corso Italia per chiedere che tacciano le armi, che si fermino il macello russo-ucraino e la carneficina di Gaza. Enzo Greco, nuovo referente nazionale di un’aggregazione programmatica protagonista da quarant’anni della vita della Confederazione, ha le idee chiare. Cita Gramsci per denunciare i ‘mostri’ che nascono nel chiaroscuro di un ‘vecchio mondo che sta morendo, mentre quello nuovo tarda a comparire’. Il mostro è la guerra con le sue atrocità, la guerra che piega l’economia alle sue regole, e fa delle lavoratrici e dei lavoratori nulla più che ingranaggi di una macchina di morte. “Non basta criticare un modello di sviluppo insostenibile e da cambiare. Bisogna, insieme, mettere in cantiere la prospettiva di un modello di sviluppo diverso, alternativo all’esistente”.
In una bella giornata di lotta e di partecipazione alla Camera del Lavoro di Milano hai raccolto il testimone da Giacinto Botti. L’agenda di ‘Lavoro e società’ è già fitta, dalle manifestazioni contro la follia delle guerre all’appuntamento referendario di inizio giugno. A lavoro, alla lotta e al voto, dunque?
“La nostra è un’eredità importante, una storia collettiva di lotte scritta insieme, che ha dato un grande contributo alla Cgil. E che ha dato, soprattutto, l’opportunità di essere protagonisti a delegate e delegati, che diversamente sarebbero rimasti ai margini della vita del sindacato. Ringrazio e abbraccio Giacinto Botti che è stato referente nazionale dell’area prima di me con passione ed energia. Centralità dei luoghi di lavoro, democrazia e partecipazione sono le coordinate che abbiamo sempre seguito. Continueremo a farlo”.
La storia di ‘Lavoro e società’ è fatta di donne e uomini che si fanno sentire, in un mondo in cui le parole, le aspirazioni, i bisogni di chi lo porta avanti con il suo impegno quotidiano contano zero o quasi.
“Una storia nata dal basso, per mettere al centro le persone. Il futuro deve essere segnato dal protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori. Oggi è più difficile rispetto a trent’anni fa agire collettivamente, pensare collettivamente e offrire spazi di partecipazione. In questa fase storica la società ha meno anticorpi che in passato nei confronti delle derive autoritarie. Si è diffusa una sorta di rassegnazione di fronte al domani, c’è l’idea che le cose restino come sono, che gli attuali rapporti economici e sociali siano immutabili, senza dare una prospettiva di cambiamento positivo. Si amministra l’esistente, e questo toglie la voglia di lottare. Un messaggio positivo che arriva dai referendum dell’8 e 9 giugno è quello di provare a mettere insieme un blocco sociale per chiedere un’agenda diversa per i diritti, civili e del lavoro. Per noi è la campagna dei cinque Sì”.
Saranno lavoratrici e lavoratori la linfa di un movimento pacifista che esiste, ma fa fatica a farsi sentire efficacemente?
“Non solo assistiamo a un dramma di portata epocale, per la prima volta nella storia ci troviamo di fronte all’accettazione della guerra. Il mondo del lavoro non è immune da un processo, condizionato dai media, che porta alla disumanizzazione di quello che sta accadendo. Su tutto, c’è un tema che si affronta troppo poco: l’economia della guerra. Il mondo occidentale sta riorganizzando il proprio sistema economico per la guerra. E quindi l’elemento della guerra non è soltanto il dramma umano, non sono le persone che muoiono sotto le bombe, ma diventa anche lo strumento per difendere un certo tipo di benessere. Un benessere ingiusto e diseguale. Partendo proprio dall’idea di uguaglianza dobbiamo rimettere al centro del nostro dibattito l’economia di pace. La convivenza pacifica tra i popoli deve essere il cuore di qualunque iniziativa politica ed economica. I soldi devono essere spesi per far vivere meglio le persone, non per ucciderle”.
Stiamo passando dall’economia di guerra all’economia della guerra, visti i piani di riarmo che si stanno approntando in Europa. Come se i governi nazionali non spendessero già cifre folli per il comparto militare…
“Negli anni Ottanta del secolo scorso, nell’agenda della politica economica c’era la necessità di riconvertire l’industria militare in industria civile. Oggi c’è una tendenza opposta, che cerca giustificazioni in una narrazione della guerra in Europa con un presunto aggressore pronto a portarci via tutto. Invece serve solo a fare arricchire pochi, fra l’altro con investimenti pubblici. Le voci di spesa più alte sono per un’industria militare che mette in campo tecnologie sempre più avanzate, usa l’intelligenza artificiale, sfrutta l’innovazione per la morte”.
L’orrore è sotto gli occhi di tutti, che possiamo fare oltre a indignarci per quello che succede a Gaza e in Cisgiordania?
“Quello che sta succedendo a Gaza è inaccettabile. Inaccettabile che un popolo debba essere annientato, deportato e massacrato mentre governi e istituzioni, in primis quelle europee, non fanno niente per evitarlo. Lavoro Società sarà in tutte le piazze per dire che bisogna fermare questa carneficina, dobbiamo arrivare al più presto a una grande manifestazione nazionale. Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è in corso una mattanza. Saremo nelle piazze per affermare il diritto del popolo palestinese a vivere nella sua terra e ad avere un suo Stato. Saremo ovunque per dire che non bisogna continuare ad armare Israele, uno Stato che deve essere sanzionato. E manifesteremo per dire che vanno tutelati i giudici della Corte penale internazionale dell’Aia, che hanno avuto il coraggio di riconoscere che il primo ministro israeliano Netanyahu è un massacratore, da condannare”.
Le guerre, le sempre più frequenti carestie, siccità e alluvioni provocate dagli stravolgimenti climatici, e l’esistenza miserabile di centinaia di milioni di persone mostrano quanto le diseguaglianze dominino il pianeta. Come cambiare un paradigma che vede come principale scelta politica i respingimenti fuori dalle mura della Fortezza Europa? Non ci sono solo i referendum sul lavoro, c’è anche quello per ridurre i biblici tempi di attesa per ottenere la cittadinanza.
“Si parla di confini da difendere da presunti invasori, addirittura di sostituzioni etniche, e continuiamo ad alimentare le guerre e la distruzione ambientale del pianeta. Guerre combattute con le nostre armi, non con armi prodotte altrove. E poi neghiamo il diritto di cittadinanza a persone che nascono nel nostro paese. Costruire una prospettiva diversa significa dare i più elementari diritti civili e sociali a tutte le persone che vivono e lavorano in Italia. Vuol dire creare le condizioni per cui non ci sia la lotta dei penultimi contro gli ultimi, con tutto quel che ne consegue in termini di rabbia, violenza, razzismo. Con un appiattimento a salari più bassi e minori diritti. Parlare di diritto alla cittadinanza ci porta a parlare e chiedere con forza più diritti sociali, in un processo di emancipazione dove ad essere protagonista è il mondo del lavoro”.
Un recentissimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro, l’Oil, fotografa una realtà disarmante, con l’Italia che è ultima nei salari fra le nazioni più industrializzate.
“Più che di lavoro povero, dobbiamo parlare di lavoratori poveri. Il dato sociale sulle condizioni materiali delle persone ci racconta una realtà nella quale il lavoro non è più uno strumento di riscatto sociale. Se colleghiamo questo dato di fatto al fenomeno migratorio, scopriamo di essere davanti a una vera e propria segregazione professionale. Se sei povero e mal pagato è colpa tua, senza possibilità di riscatto. In questa fase storica il cosiddetto ascensore sociale è tutto fuorché un’ascensore, sacrificato a vantaggio del profitto per pochi, e a tutti i costi. Ecco perché dobbiamo mettere in campo un’intelligenza collettiva, un’azione comune che assuma non solo la critica all’attuale modello di sviluppo, getti anche le basi di un modello produttivo diverso”.