Luigi Pandolfi, “Il neoliberismo è vivo e lotta contro di noi. Il peso delle idee per il cambiamento della società”, Infiniti Mondi, pagine 128 , euro 15.

Guerre e disordine globale, difficoltà economica, crisi politica, incertezza e timore del futuro sono i connotati della nostra epoca. A ricordarci a che punto ci troviamo e, sopratutto, a indagarne le cause, è di prezioso ausilio l’ultima fatica di Luigi Pandolfi, “Il neoliberismo è vivo e lotta contro di noi. Il peso delle idee per il cambiamento della società”.

Cos’è il neoliberismo capitalistico, questo fenomeno che, nonostante le sue stesse incongruenze e contraddizioni e nonostante le numerose smentite che ha subito, continua a plasmare la cultura e l’orientamento politico delle nostre classi dirigenti? Il neoliberismo è l’ideologia politica ed economica che, negli ultimi 40 anni, in Italia e in Occidente, ha assoggettato al mercato e alla logica del profitto ogni singola componente produttiva della società.

Dopo la parentesi dei “Trent’anni gloriosi” del Novecento (quelli del cosiddetto compromesso keynesiano tra capitale e lavoro), si è proceduto a relegare l’intervento dello Stato dalla gestione delle questioni economiche, e a lasciare più spazio possibile agli agenti privati operanti nel mercato, quest’ultimo “efficiente” per definizione. Un concetto epitomizzato nella formula, attribuita a Ronald Reagan: lo Stato è il problema, i mercati sono la soluzione. L’effetto collaterale è stato l’affermazione, insieme al neoliberismo, di un processo di crescenti disuguaglianze, ma il ritorno del libero mercato ha potuto contare su una propria egemonia culturale. Per giungere a ottenere e poi riuscire a preservare il suo pervasivo successo, il neoliberismo ha fatto leva su un efficace contesto narrativo.

È prevalsa “l’idea dell’incontestabile oggettività dei rapporti economici dati: la razionalità del reale contrapposta ad ogni velleità di cambiamento dello stato di cose presente, la fine della politica che si eleva al disopra dell’economia, cambiando il corso della storia”. Gli attori principali del capitalismo globalizzato sono stati in grado di “infondere nella coscienza collettiva l’idea che a tale stato di cose non ci siano alternative, che tutto è naturale e che tutti siamo liberi di crescere socialmente e sviluppare al massimo le nostre potenzialità”.

Come si innesta, in questa cornice, il ruolo dei governi? Compito dei governi è quello di garantire condizioni ottimali all’esercizio dell’intrapresa privata, dal cui successo dipenderebbe l’avanzamento di tutta la società. E se ciò non basta, come ad esempio la crisi finanziaria globale del 2007-08 ha dimostrato, gli Stati intervengono sì, ma non certo per alleviare le condizioni degli strati popolari che delle crisi subiscono i più deleteri effetti (gli stessi strati popolari che durante l’epoca neoliberista hanno, in generale, conosciuto un generale arretramento nella scala sociale). No, i governi intervengono per “salvare” e poi per ribadire, consolidandolo, il dominio dei ceti affaristi, in particolare del circolo dei super-ricchi. Basti, a titolo esemplificativo, la vicenda del Pnrr (Piano di Ripresa e Resilienza) post-pandemia di Covid19: finanziamenti subordinati alle consuete deregolamentazioni e privatizzazioni, insomma alle “riforme strutturali”.

Dopo aver lasciato fare, la politica riguadagna un proprio ritaglio di spazio, ma lo fa per assecondare i desideri del capitalismo, ormai sempre più ‘consustanzializzato’ con la sua dimensione finanziaria e con nuovi strumenti come le piattaforme digitali. È così imperativo non toccare gli assetti istituzionali che assicurano la formazione dei profitti. (Come si è palesato – altro esempio – con la vicenda del famoso taglio al cuneo fiscale, espediente per evitare di affrontare l’annosa questione della stagnante dinamica salariale).

Cosa può fare chi intende riprendere a contrastare l’affermata visione neoliberista del mondo e della società? Chi ha a cuore gli interessi delle classi lavoratrici deve tornare a fare riferimento al pensiero critico. Occorre attaccare l’egemonia culturale delle oligarchie economiche dominanti e cercare di disarticolare il loro pensiero, il quale viene tuttora rappresentato come privo di alternative. Il capitalismo viene ritratto come formazione storica naturale, nel cui ambito i rapporti sociali sarebbero oggettivamente dati e immutabili.

L’odierna crisi dovrebbe costituire l’occasione per organizzare la sfida all’attuale modello di accumulazione e prospettare una società diversa, fondata su scelte democraticamente assunte a favore degli interessi dei subordinati, cittadini e lavoratori. Una prospettiva socialista.

L’estensore di queste sommarie note si sente di aggiungere che la sfida – encomiabilmente evocata dall’autore di “Il neoliberismo è vivo e lotta contro di noi” – è resa quanto mai urgente dalle pericolosissime scelte di riarmo adottate dall’Unione europea (altra istituzione prettamente neoliberista). Oltre che scelte volte a sostenere ancora una volta un sistema capitalistico oligarchico, torbido e regressivo, si tratta di scelte foriere di sventure.