Si è arrivati alla rottura per il rinnovo del contratto degli esercizi cinematografici che è stato sottoscritto solamente da Fistel Cisl e Uilcom con l’associazione datoriale Anec, peraltro violando le regole condivise sulla rappresentanza fino a veri e propri comportamenti antisindacali.

La trattativa era arrivata ad un punto morto perché la controparte insisteva a proporre la solita fallimentare ricetta dell’aumento della precarietà e della flessibilità dei lavoratori e delle lavoratrici, tentando anche di sostituire in parte l’aumento necessario a recuperare l’inflazione attraverso improbabili forme di welfare. A quel punto Fistel Cisl e Uilcom hanno deciso di firmare ugualmente accettando l’ultimatum di Anec, mentre la Slc Cgil si è sfilata.

La Slc ha deciso di intraprendere la strada delle assemblee per spiegare il perché di questa decisione, incontrando partecipazione e solidarietà da parte di moltissimi lavoratori.

Stiamo parlando di un settore in profonda crisi ed altrettanto profonda trasformazione. Il combinato disposto della fruizione casalinga dei film sulle piattaforme a pagamento, assieme al lungo periodo di crisi legata alla pandemia Covid 19, ha colpito profondamente un settore che occupa circa tremilacinquecento addetti. Sempre di più il settore dei cinema ha preso due strade, da una parte le grandi catene dove stanno perfino sparendo le biglietterie perché, per acquistare un biglietto, bisogna mettersi in coda dove si comprano i popcorn, e dall’altro le sale indipendenti sempre più in crisi.

Due fruizioni diverse dello spettacolo cinematografico. Le grandi catene di multisala sono spesso fuori dalla città e inserite in zone commerciali raggiungibili solo in auto, con un peso sempre maggiore per la vendita di prodotti diversi dal biglietto del cinema, con un orientamento di mercato rivolto ai giovanissimi o alle famiglie. Le sale indipendenti invece lottano contro la desertificazione dei centri storici, e faticano a fare concorrenza ai grandi colossi.

Per questo l’ipotesi di accordo sembra costruita appositamente sul primo modello, quello dei grandi centri commerciali, dove la professionalità di chi lavora nei cinema non sembra importare nulla. Viene richiesto di lavorare come baristi o addetti alle pulizie, con un modello di organizzazione del lavoro che segue la ricetta McDonalds, ovvero tanti part-time, tanta flessibilità e multifunzionalità, manodopera poco qualificata e giovane, da poter cambiare con molta frequenza. Tutte soluzioni peraltro che non paiono in grado davvero di rispondere alla crisi del cinema ed alla concorrenza delle piattaforme domestiche di streaming.

La Slc, inascoltata, ha cercato di far ragionare sul fatto che invece la possibile ricetta per risalire la china dovrebbe andare in direzione opposta: quella della qualità e della socialità. Peraltro esistono fondi pubblici importanti proprio per le ristrutturazioni e riaperture dei cinema nelle città. Perché sarà sempre vincente il divano di casa (e i molto più economici popcorn fatti al microonde), se non si punta invece sulla qualità.

I cinema indipendenti che resistono e anzi crescono sono quelli che hanno preso questa strada. Selezione dei film attenta alla qualità, servizio di consigli e suggerimenti, eventi con autori, collaborazioni con le scuole. I cinema di questo tipo hanno bisogno di donne e uomini formati, attenti e partecipi alla offerta culturale, orientati alla qualità del servizio e della proposta cinematografica. Un modello che peraltro sarebbe utile anche per i grandi cinema delle catene internazionali, perché sempre di più il fruitore del cinema cerca la qualità piuttosto che la quantità.

Per questo motivo, un contratto che non riconosce le professionalità e anzi le umilia, che si basa su un ricambio continuo a causa della precarietà e della flessibilità, che non riconosce dignitosi aumenti salariali, non è quello che serve ai cinema italiani per uscire dalla crisi.

Oltre al fatto che la rappresentatività delle sole firme di due sigle sindacali è tutta da dimostrare, c’è anche amarezza per la decisione di alcuni rappresentanti di Unita (l’Unione Nazionale Interpreti di Teatro e Audiovisivo), che tante speranze aveva alimentato per un protagonismo del mondo dello spettacolo e dell’arte, di sostenere la Uilcom nella firma dell’intesa. A questo si aggiunge l’inqualificabile decisione dell’Anec di aver convocato i dipendenti per illustrare le meraviglie di un rinnovo contrattuale che, evidentemente, considera una sua vittoria.

La Slc Cgil ha chiesto a Fistel Cisl e Uilcom di rivedere questa loro decisione e di sottoporre l’ipotesi ad una vera consultazione con le lavoratrici ed i lavoratori, in ogni caso farà valere con ogni mezzo la propria posizione attraverso assemblee e mobilitazioni.