Lo scorso gennaio la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il nostro quesito totalmente abrogativo della legge Calderoli. Il 7 febbraio scorso ha depositato la sentenza con le motivazioni dell’inammissibilità. Ovviamente, come abbiamo sempre fatto, rispettiamo la decisione, anche se restiamo convinti delle nostre buone ragioni, peraltro condivise dalla stragrande maggioranza dei costituzionalisti italiani.

Leggendo il testo della Consulta, c’è un passaggio, che riteniamo sia il più rilevante, che testualmente recita: “In definitiva, la sentenza 192 del 2024 ha eliminato gran parte del disposto normativo di cui alla legge 86 del 2024, incisa nella sua architettura essenziale, lasciando in vita un contenuto minimo”. Di fatto, la legge che voleva attuare l’autonomia differenziata non esiste più.

Davanti a tale evidenza, risulta a dir poco surreale l’esultanza del ministro e di alcuni governatori del nord, che chiedevano il trasferimento di tutte e 23 le materie previste dalla riforma del Titolo V, con un’interpretazione dell’articolo 116, comma terzo della Costituzione, che abbiamo sempre definito eversiva. Costoro chiedono addirittura di accelerare, come se nulla fosse successo, e non si capisce bene per andare dove.

Quanto avvenuto è indubbiamente, per noi, un’importantissima vittoria politica: il risultato del grandissimo lavoro che – insieme a un largo fronte di forze sociali, politiche e associative – abbiamo portato avanti. Se non ci fossimo mobilitati con forza e capillarità, la frantumazione del Paese e l’esplosione delle diseguaglianze sociali e dei divari territoriali sarebbero già realtà. Invece i secessionisti hanno subito una pesantissima battuta d’arresto.

Non definitiva, però. La sconfitta definitiva sarebbe arrivata se il nostro quesito fosse stato dichiarato ammissibile e se avessimo raggiunto il quorum. Per questo abbiamo tentato la via referendaria. Il punto ora è farci trovare pronti di fronte al tentativo – già in corso – di far risorgere la legge Calderoli dalle sue ceneri. Per questo l’eccezionale patrimonio di impegno e di passione che abbiamo attivato, a partire dal grande lavoro fatto dai territori, non va disperso.

Dobbiamo continuare a stare in campo con la stessa determinazione dimostrata fin qui, nella consapevolezza che questa destra non ha alcuna intenzione di dialogare e di confrontarsi né sull’autonomia differenziata, né sulle altre controriforme istituzionali, perché considera le istituzioni non un patrimonio comune, da preservare, ma una proprietà di cui poter disporre a piacimento.

Il nostro compito è dunque chiaro: evitare che vada in porto il tentativo di archiviare l’unità del Paese e la nostra Repubblica democratica.

Pretenderemo anzitutto che la sentenza 192 del 2024, con cui la Consulta ha smontato l’autonomia differenziata nella versione del governo, sia rispettata alla lettera e applicata nella maniera più rigorosa. E non smetteremo di contrastare il disegno complessivo della maggioranza che, dal premierato alla separazione delle carriere dei magistrati, dimostra ogni giorno di vedere nella Carta il principale ostacolo al suo progetto, che non è quello di governare ma di comandare, per imporre una politica economica e sociale che impoverisce ulteriormente e brutalmente le fasce popolari e rende sempre meno pubblico e universalistico il welfare, fino alla sua cancellazione.

La chiave per riuscire a contrastare questo programma è una sola: tenere insieme questione democratica e questione sociale, a partire dall’emergenza salariale. Una questione sociale che, da decenni, sta svuotando dall’interno le nostre istituzioni democratiche, con larghe fasce di popolazione che ormai non vanno nemmeno più a votare, perché ritengono che chiunque governi le loro condizioni materiali, di vita e di lavoro, non miglioreranno.

A breve però avremo un’occasione molto concreta per determinare una svolta da questo punto di vista. Mi riferisco, ovviamente, ai quattro referendum popolari sul lavoro e a quello sulla cittadinanza.

Siamo convinti che il modo migliore per difendere la democrazia sia praticarla. Come Cgil – insieme alle tante realtà sociali e politiche che condividono la nostra posizione – porteremo avanti una campagna referendaria unica e coerente per chiedere 5 Sì: per invertire (per la prima volta dopo decenni) una lunga stagione di svalorizzazione, precarizzazione e insicurezza del lavoro e per dotarci – finalmente – di una legislazione civile sull’immigrazione.

Dobbiamo convincere le cittadine e i cittadini che si tratta di un’opportunità da non lasciarsi sfuggire, perché senza deleghe in bianco a nessuno, direttamente con il proprio voto. possono cambiare davvero le cose e contribuire a costruire un’Italia diversa da quella che abbiamo di fronte oggi: un’Italia più unita, più libera e più giusta.

(11 febbraio 2025)